La sindrome cardio-renale-metabolica (S-CRM) si riscontra in circa l’8-10% della popolazione generale italiana. Nel 50%, i soggetti affetti hanno un grado di rischio cardio-vascolare (CV) elevato e presentano contemporaneamente almeno 2,5 fattori di rischio CV, tra i quali l’ipertensione (79,6%), il diabete mellito tipo-2 (67%), l’iper-colesterolemia (44,4%), l’insufficienza renale cronica (40%) e l’insufficienza cardiaca (19%).
La complessità clinica di questi soggetti - che hanno un’età media di circa 73 anni - ne comporta una elevata ospedalizzazione (25,7% a 12 mesi) ed un numero elevato di prescrizioni farmacologiche (mediamente circa 20 all'anno). La S-CRM impatta quindi fortemente sul costo sanitario pubblico diretto, stimato in quasi 37,1 miliardi di €/anno al quale si aggiungono ulteriori 1,1 miliardi €/anno di spesa “out of poket” per visite specialistiche ed indagini diagnostiche. In proiezione per il 2030, si stima un aumento del 22% dell’incidenza di S-CRM per lo più a seguito dell'invecchiamento della popolazione generale italiana ed all'aumento delle condizioni di pre-obesità e obesità.
In altre parole, la S-CRM rappresenta una sfida per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e richiede immediate strategie di prevenzione e gestione, anche con l’uso di farmaci innovativi come gli inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2i) usati per la terapia del diabete, ma che grazie alla loro “serendipity” si sono dimostrati efficaci nel ridurre il rischio di ospedalizzazioni per insufficienza cardiaca e nel rallentare la progressione della malattia renale.
Con queste premesse un confronto tra esperti che trattano i singoli componenti della S-CRM, può offrire proposte per ottimizzare la gestione della S-CRM, garantirne la sostenibilità economica regionale e del SSN, individuando precocemente i soggetti affetti per rallentarne la progressione verso le complicanze.